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«Se lo sviluppo economico non ci rende anche felici, allora è un falso sviluppo.»

José Pepe Mujica

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NEWS / 26 MARZO 2025

Pacchetto Omnibus: tra semplificazione e mantenimento degli obiettivi sulla sostenibilità

Il 26 febbraio 2025 la Commissione Europea ha presentato il pacchetto Omnibus inerente alla semplificazione della normativa ESG.

Le “proposte” prevedono alcune possibili modifiche alla CSRD (la Corporate Sustainability Reporting Directive, che si concentra sull’ampliamento dell’obbligo di rendicontazione imponendo alle aziende la pubblicazione di un bilancio di sostenibilità dettagliato) e alla CSDDD (la Corporate Due Diligence Directive, una Direttiva europea che impone alle aziende obblighi di due diligence – diligenza dovuta –  in materia di sostenibilità, con l’obiettivo di garantire che le aziende identifichino, prevengano, mitighino e riducano al minimo gli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente, non solo nelle proprie attività, ma lungo l’intera catena del valore).

 

Proposte di modifica alla CSRD

Le “proposte” di modifica alla CSRD prevedono uno slittamento, presumibilmente di 1 o 2 anni, dell’obbligo di rendicontazione, per le aziende con un numero di dipendenti superiore agli attuali 250 previsti.

Le PMI con meno di 1.000 dipendenti potranno adottare un reporting volontario semplificato (VSME).

È inoltre possibile una riduzione di alcuni data point oltre alla rimozione degli standard di settore.

Le aziende potrebbero essere soggette alla “Limited assurance” e non alla “Reasonable assurance” (un’attività ispettiva meno complessa che non comprendente la verifica completa di tutti i dati).

 

Proposte di modifica alla CSDDD

Le proposte di modifica alla CSDDD riguardano il possibile posticipo di un anno o due per la sua attuazione. La sua applicazione si limiterebbe ai partner diretti, escludendo gli indiretti, salvo evidenze di impatti negativi. Contemplerebbe inoltre la possibilità di chiedere differenti informazioni ai fornitori in base alle dimensioni aziendali.

È possibile vengano eliminati l’obbligo di terminare i rapporti commerciali in caso di violazioni nonché la responsabilità civile e la soglia minima delle sanzioni al 5% del fatturato.

 

Proposta di revisione della tassonomia europea

La Tassonomia dell’Unione Europea è stata creata per fornire un quadro di riferimento solido e strutturato per la rendicontazione delle informazioni nei bilanci di sostenibilità. Il suo obiettivo è garantire che le aziende possano dimostrare in modo chiaro, verificabile e trasparente il loro impegno verso la sostenibilità, aumentando così la fiducia di investitori e stakeholder e facilitando la conformità alle normative.

Adottare e allinearsi alla Tassonomia Europea non è solo un requisito per accedere a finanziamenti sostenibili, ma anche un’opportunità per rafforzare la propria reputazione e contribuire attivamente alla transizione ecologica.

Le aziende con più di 1.000 dipendenti e un fatturato fino a 450 milioni di euro non dovrebbero più essere obbligate a rendicontare il loro allineamento alla Tassonomia, ma potranno scegliere se farlo o meno. Si tratta, quindi, di un’adesione facoltativa ma fortemente consigliata.

Tra le novità previste, vi è la riduzione del numero di indicatori richiesti per dimostrare l’allineamento agli standard ambientali, oltre alla possibilità di dichiarare un allineamento parziale per le attività in fase di transizione ecologica. Inoltre, per le attività non finanziariamente rilevanti, sono previste esenzioni dalla valutazione di idoneità alla Tassonomia e dall’obbligo di dimostrare l’allineamento.

Altra modifica riguarda il principio del DNSH – Do No Significant Harm – non arrecare danni significativi all’ambiente – con il nuovo pacchetto Omnibus questo principio viene indebolito rendendo meno stringenti i criteri per valutare se un’attività ha impatti negativi su altri obiettivi ambientali.

 

CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism)

Il pacchetto Omnibus prevede modifiche anche al meccanismo di adeguamento del carbonio, una misura adottata nel 2023 per tassare la CO2 incorporata nei beni importati per garantire una equa concorrenza tra aziende europee e produttori esteri. Dopo una prima fase iniziale dedicata alla rendicontazione delle emissioni le imprese dovranno acquistare i certificati CBAM.

Con il pacchetto Omnibus la Commissione Europea ha introdotto delle modifiche al CBAM prendendo atto delle difficoltà riscontrate nella fase preliminare. Le novità riguardano la restrizione dell’ambito di applicazione, l’obbligo si applicherà solo alle aziende che importano almeno 50 tonnellate all’anno di uno dei beni regolamentati (ovvero quelle merci la cui produzione è caratterizzata da un’alta intensità di carbonio: cemento, prodotti siderurgici, alluminio, fertilizzanti, energia elettrica e idrogeno).

 

Preoccupazioni

Questa repentina retromarcia della Commissione Europea con proposte che vanno in senso decisamente opposto ai propositi, fin qui sostenuti con forza dalla stessa Commissione, se da un lato viene certamente vista con favore da molte aziende che non erano pronte ad una trasformazione così radicale come quella imposta, porterà ulteriore incertezza ed una serie di preoccupazioni descritte di seguito.

  • a livello finanziario: investitori e portatori di interessi temono che una semplificazione eccessiva potrà indebolire gli standard ESG e ridurre non solo la trasparenza ma la stessa competitività sul mercato, oltre al rischio di ottenere una minore comparabilità delle informazioni ESG, creando un quadro frammentato nei confronti di coloro che basano le loro decisioni su questi parametri;
  • nella discussione tra Stati dell’UE: in questa situazione di incertezza molti spingono da una parte e molti dal lato opposto, per mantenere saldi gli obblighi di rendicontazione.

 

Il nostro punto di vista

Riteniamo che, con l’introduzione della CSRD e della CSDDD, la Commissione Europea abbia preteso troppo dalle aziende, senza tenere conto delle loro reali possibilità di adeguamento e della fattibilità relativa agli adempimenti agli obblighi che risultano irrealistici e difficilmente attuabili.

Sorprende, inoltre, la scelta di redigere uno Standard Europeo (ESRS) che, in molte sue parti, appare complesso, poco chiaro e in alcuni casi persino errato. Perché non mantenere il GRI, già adottato a livello globale da aziende di ogni settore e dimensione? Questa decisione ha generato indubbie difficoltà, costringendo le imprese con clienti extraeuropei a gestire due standard di rendicontazione differenti (GRI ed ESRS), con un aumento significativo di costi e oneri burocratici.

Altrettanto discutibile è l’obbligo di rendicontazione certificata per le PMI; ci si chiede come mai non si sia creduto più opportuno prevedere un percorso più graduale e sostenibile. Desta perplessità anche la scelta di affidare la certificazione dei bilanci di sostenibilità alla figura dei revisori contabili che, pur competenti in ambito contabile e di conformità alle leggi, potrebbero non possedere l’esperienza tecnica necessaria per valutare aspetti ambientali complessi, come il calcolo delle emissioni di CO?eq, dei consumi dei carburanti …

Siamo di fronte a una gestione normativa che oscilla tra eccessi e incongruenze.

Ci auguriamo che la Commissione Europea fornisca un piano di transizione chiaro, con tempi e modalità realistiche, evitando di imporre regole drastiche e poco attuabili, ma al tempo stesso mantenendo fermi tutti i principi e gli obiettivi che sembravano averla ispirata e che rimangono essenziali per consentirci di avere un futuro. La sostenibilità è e deve rimanere un obiettivo centrale nella consapevolezza che per essere efficace ha bisogno di chiarezza negli obiettivi, pragmatismo nonché di tempi, modi e percorsi accettabili e graduali per le aziende, non di imposizioni e normative scollegate dalla realtà operativa delle imprese.

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